LA FIABA DEL BIANCO

Quell’aria innocente stava davvero stretta a BIANCO.
Si sentiva un tipo intraprendente che amava divertirsi.
Di solito aveva un buon carattere, anche se
a tratti diventava LUNATICO.

Ma guai a usare quell’aggettivo in sua presenza.
Si offendeva, si chiudeva in se
stesso e rimuginava.

Per amor di verità va detto che la sua posizione
non era mai stata comoda.
Lo si voleva sempre immacolato, puro.
E quella pretesa era peggiorata
quando, a metà del Quattrocento, l’orafo tedesco
Johannes Gutenberg aveva introdotto
la rivoluzione della stampa,
scegliendo BIANCO come supporto
principale nella TIPOGRAFIA
di testi e immagini.

Da quel momento il soprannome di BIANCO
divenne Incolore e cominciarono per lui le sofferenze.

Per via di quel fatto, che doveva conservarsi candido,
nessuno lo sfidava nei GIOCHI più divertenti.
Era l’eterno escluso, quello che nel migliore
dei casi faceva lo sfondo, ecco.

Fino a quel momento Bianco era rimasto
però in equilibrio. Ma quel giorno
ci fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Era un certo mattino di fine marzo,
mancava poco a Pasqua, e i colori erano
pronti a scatenarsi per rendere le
UOVA le più belle del mondo.

Erano stati invitati tutti, persino
FUMO DI LONDRA e TERRA DI SIENA,
poco a loro agio quando c’era da divertirsi.
Ma vennero convocati anche loro.
Tutti, dicevamo, in realtà:
tutti tranne uno.

Appunto, lui, BIANCO.

.

«D’altra parte, chi avrebbe scelto di colorare
delle UOVA DI BIANCO?», gli avevano
spiegato senza troppa delicatezza.

L’aveva presa male, BIANCO, anzi malissimo.
«Certe volte ti trovi ad avere un aspetto che
non corrisponde per niente alla realtà di come sei»,
bofonchiò tra i denti.

Non riusciva a farsela andare giù.
«Voi non immaginate di che cosa sono capace»,
sibilò, e cominciò a progettarne... di tutti i colori.

Avrebbe potuto: rompere
tutti i gusci, sgonfiare la panna,
alterare il GELATO al fior di panna.

Avrebbe potuto: cancellare ogni parola,
riempire di NEVE il giorno di Pasqua
rovinando la festa a tutti. Avrebbe potuto...

Però lo sapeva che non avrebbe fatto niente,
perché lui non era così. Non era nato guastafeste.

Una cosa poteva invece sceglierla, ed era di andarsene
e nascondersi. Probabilmente nessuno
se ne sarebbe accorto. Lui era assenza,
sottrazione, lui era come niente. Gironzolò,
pallido, per le STRADE DELLA CITTÀ.

Aveva il cuore pesante e si sentiva vuoto.

Camminò e camminò fino a che, in una stradina
che non ricordava di avere mai visto,
si fermò davanti a una SCUOLA.

Era un edificio un po’ vecchiotto.
Degli operai andavano e venivano,
trasportando mobili, armadi e sedie su grossi camion.
Un cartello piantato davanti diceva:
Venduta.

BIANCO entrò. Si trovò in un lungo
CORRIDOIO, dove affacciavano tante aule.
Si diresse verso la prima.

Appoggiata al muro scrostato,
ci stava una vecchia lavagna di ardesia.
Era un ampio rettangolo scuro
con il bordo di legno, tradizionale.

«Sono fuori moda», tossicchiò la LAVAGNA,
quando vide BIANCO entrare. «Non sono capace
di tenere tutti quei colori, e i pixel»,
si lamentò.

«Che diavoleria è mai una penna senza punta».
Nonostante la pensione, Lavagna parve
a BIANCO molto piena di forza.

«Su di me», proseguì Lavagna, «si scriveva solo con
il BIANCO. Così hanno imparato
generazioni e generazioni di BAMBINI, che sono cresciuti
e a loro volta hanno avuto altri bambini,
che hanno imparato come loro.

Ma non lo avrei mai potuto fare
da sola», ammise Lavagna.

«Avevo bisogno di te», precisò, «solo e soltanto di te,
che sei così BIANCO e perfetto che
ti vedevano anche nell’ultima fila».
BIANCO non credette alle sue orecchie.
S’inorgoglì tutto. Lavagna tossì. «L’età»,
spiegò ma lo rassicurò:
«Ma non sono triste».

Quando mi porteranno via da qui, avrò
tutto il tempo per ricordare». Poi aggiunse:
«Te li ricordi, tu, i cancellini di feltro?».
BIANCO scosse il capo.

«Erano come le ROTELLE DI LIQUIRIZIA,
ma molto più grandi e morbidi»,
spiegò Lavagna e rise di gusto.

«Quando li sbattevi tra loro per pulirli,
disperdevano la POLVERE DEL GESSO
sulla cattedra e si alzavano nel sole
minuscoli frammenti bianchi
che volavano via come farfalle
o fate incantevoli». BIANCO sussultò.
«Sembra una poesia quello che dici».

«Bravo, mi hai fatto venire in mente
una frase così bella, parla di te», scricchiolò Lavagna.
Quindi si schiarì la voce:

«”La poesia non è fatta di quelle lettere
che io pianto come chiodi, ma del BIANCO
che resta sulla pagina”».
«PAUL CLAUDEL», aggiunse Lavagna.
«Era un poeta francese».

 

Il sole fuori dalla finestra stava tramontando.
In quell’istante gli operai entrarono
e sollevarono Lavagna.
La maneggiarono con cura, portandola fuori.
BIANCO li seguì.

«Grazie», disse ed era commosso. «Grazie a te»,
rispose Lavagna, già sul camion.

«Non ti CANCELLERÒ mai».
«Nemmeno io»,
rispose Bianco, e aggiunse tra sé:
«E non mi sentirò più cancellato».

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