LA FIABA DEL NERO

Se avesse potuto
esprimere un desiderio,
NERO avrebbe voluto brillare.

Rifulgere, per l’esattezza,
usando un verbo molto difficile
che però per lui
era come per noi immaginare
l’ABETE SCINTILLANTE
la notte di Natale.

Ma gli era del tutto impossibile,
per via di quella tinta che si portava addosso.
«Rigoroso, elegante, sobrio»,
dicevano guardandolo. O anche: «Lugubre, triste».

In realtà quello che era capitato
a NERO fin dall’inizio non succedeva spesso.
Perché, ecco, Nero era nato già adulto.
Nero non era mai stato bambino.

I chimici si accapigliarono a causa sua.
Le prime prove per crearlo
le fecero nientemeno che 500.000
anni prima di Cristo.
Quando gli uomini primitivi
scoprirono il fuoco, infatti,
ottennero anche quello che si chiama
NERO di carbone, cioè prodotto
bruciando LEGNI, cortecce, gusci, noccioli.

Presto venne sostituito
dall’ossido di manganese,
come nelle grotte di Lascaux,
15000 anni fa, dove si ammira
ancora il TORO NERO.

Qualche millennio dopo, sempre
in Francia, a Niaux, però, bisonti,
cavalli, cervi e pesci vengono
disegnati con carbone di legna.

Ma è sui TESSUTI che si litiga
di più, perché il sole e il sapone
per lavare, che si chiamava liscia,
sbiadivano ogni invenzione
che gli uomini provassero.

A complicare la vita di NERO
ci si mise nientemeno che
Isaac Newton, nel XVII° secolo.

Il grande fisico infatti, scoprendo
lo spettro dell’ARCOBALENO,
decise di escluderlo, e Bianco con lui,
dalla lista dei sette colori “magici”.

NERO attese pazientemente
che lo riammettessero in “famiglia”
e quando accadde, riprese il posto antico,
quello di primo (o ultimo)
della scala colori.

Quel ruolo di CAPOFILA
lo affliggeva.
Per NERO era una responsabilità.
«Dopo di me c’è il nulla?»,
si domandava.

E più ci pensava, più si incupiva.
Ma poi tutto cambiò e fu grazie a
un incontro.

Infatti, in una sera di fine estate,
mentre passeggiava, solitario,
verso il mare, NERO si imbatté
nella creatura più scura
che avesse mai visto.
Più scura perfino di lui, che
appunto era Nero. E sapete chi era?
Un CORVO. Esatto.
Ma non un corvo qualunque.

Un corvo della specie Corvo NERO,
che abita i territori vicini all’acqua.

Dapprima il pennuto
non vide NERO,
perché stava FRUGANDO
nella sabbia con quel becco
nero-che-più-nero-non-si-può.

Ogni tanto alzava il capo e lo scuoteva,
affranto: non c’era per lui una sola BRICIOLA,
un minuscolo morso di panino
caduto dalle mani dei bambini
che venivano alla spiaggia.

Ma in quella caccia alla briciola,
a un certo punto Corvo NERO
andò a sbattere contro NERO.

Sussultò, terrorizzato.
Va detto che Corvo NERO
era un esemplare molto giovane
e senza esperienza. Si faceva sempre
battere sul tempo e per furbizia dagli altri.

In più, con il fatto che era
NERO-che-più-NERO-non-si-può,
gli umani lo CACCIAVANO VIA
in malo modo.

Appena si trovò di fronte a Nero,
il poveretto domandò:
«Ma tu sei una VOLPE?».
«Una volpe?», gli fece, di rimando NERO, incredulo.

«La risposta è sì?», balbettò
Corvo NERO, cercando di nascondersi.
«Assolutamente no», rispose Nero.

«Fiuuu», disse Corvo NERO, rassicurato.
«Da quando mi hanno cacciato dal NIDO,
non mi sta andando alla grande.

Oltre alla fame, ci mancava
che tu fossi una volpe»,
aggiunse, sconsolato.
«E perché mai dovrei essere una volpe?»,
chiese NERO, che per rassicurare il piccoletto,
si presentò, con nome e professione.

«Che bel nome hai, somiglia al mio»,
rispose Corvo Nero e visto che
adesso era a suo agio, prese
coraggio e continuò: «A proposito della volpe, ecco,
è quella che io devo temere di più.
E se vuoi ti spiego perché».

«Racconta», lo pregò Nero,
che cominciava a trovare
la conversazione INTERESSANTE.

«C’è una favola che i corvi tramandano
di generazione in generazione.

Un tempo, uno di noi, aveva
trovato un bel pezzo di formaggio,
lo stesso che vorrei trovare io, ma vabbè.
Quel corvo, che era un gran vanitoso,
con il bel pezzo di FORMAGGIO
era volato su un ramo per mangiarselo in santa pace.

.

Di lì passò una volpe
che era furba e glielo voleva
rubare. Ma siccome le volpi
non volano, le venne un’idea.

Disse al corvo: “Che belle PENNE che avete,
signor Corvo. Chissà se anche la vostra voce
è così incantevole”.

E lui che fa? Vanitoso, apre il becco
per gracchiare, il formaggio gli CADE
e la volpe se lo mangia in un boccone».

Corvo Nero si fermò,
aveva parlato tutto d’un fiato.
«La Fontaine», disse Nero con sicurezza.

«La fontana?» chiese Corvo NERO,
scuotendo il capo. «Ma no, questo è il mare»,
aggiunse, indicando l’acqua.

«La Fontaine», spiegò compito
NERO, «è il nome dello scrittore
francese, nato l’8 luglio del 1621,
che ha scritto un LIBRO DI FAVOLE,
dove, Libro I, favola II, in versi
si trova quella che hai appena narrato tu».

«Ah sì?», disse Corvo NERO,
stupito. «Ma tu come lo sai?».
«Lo so», rispose NERO, «perché io sono NERO
ed è con l’INCHIOSTRO del mio
colore che si stampano i libri di tutto il mondo».

«Wow», ribatté Corvo NERO,
felice di avere incontrato una celebrità
e che per giunta aveva il suo stesso colore.

Così NERO si illuminò e pareva
davvero più splendente delle luci
dell’albero di Natale. Dopo aver fatto un inchino,
Corvo NERO zampettò via, a cercare del cibo.

NERO rimase seduto a guardare il MARE
e attese che scendesse la sera, poi la notte, il buio.
Quel buio che era nero come
Corvo NERO e anche come lui.

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