LA FIABA DEL ROSSO

Non ci capiva più niente ROSSO.
Qualcuno gli urlava: «Cattivo» o «Prepotente».
Altri, invece, lo vezzeggiavano: «Sei unico», «Sei il più forte»,
faceva battere il CUORE.

Era orgoglioso, è vero, e piuttosto ambizioso,
voleva sempre stare al centro dell’attenzione.
D’altra parte, lo avevano da subito accolto
così: il più potente dei potenti.

In ogni mito sulla creazione, nei racconti sulla nascita
del mondo, spettava a lui il podio come simbolo della vita.
Ma poi lo spingevano in castigo, perché, dicevano, rappresentava
il sangue e la guerra.

Come poteva davvero essere sia BUONO CHE CATTIVO?
Generoso e calcolatore? Innamorato e spietato?
Lui era sempre lui. ROSSO e punto.

In realtà ROSSO si accorse che era lo sguardo a trasformarlo.
Tutto cambiava a seconda delle persone e quello che prima
era bello, diventava crudele, quello che prima era affascinante,
diventava volgare.

Non esisteva mai un criterio preciso, una regola.
Piuttosto un caso, o il capriccio, la moda del momento.
E questo rendeva inquieto, anzi nervoso, peggio: nervosissimo.
Prendeva letteralmente FUOCO.

Un giorno, stanco della sua stessa furia,
per evitare di incendiare, come faceva spesso le case,
le cucine e i capelli degli altri, ROSSO si mise a correre.
E corse senza fermarsi.

Corse così veloce e così a lungo che, abbandonata
la città, passato il bosco, la foresta e la montagna,
si ritrovò davanti a un LAGO.

 

Un lago perfetto, quieto, immobile:
era un LAGO GHIACCIATO.
Rosso si fermò e cominciò a parlare.

La sua voce era alta e arrabbiata.

 

«Lo sai?», disse al lago. «Nelle GROTTE del Paleolitico
di Lascaux, in Francia, ben 15000 anni avanti Cristo,
sono io che ho dipinto animali magnifici in ocra rossa.

E poi, nella Roma antica, ero la tinta del potere.

«Mi vollero gli imperatori Cesare e Augusto.
Nerone addirittura stabilì che fossero messi a morte
tutti quelli che si fossero vestiti
di Rosso senza essere IMPERATORI».

«Sono diventato il colore del Papa,
tra il XIII e il XIV secolo»,
proseguì ROSSO, d’un fiato,
«vincendo su Bianco».

E sempre io svetto sul mantello
di AFRODITE, la splendida dea greca.

Mi hanno scelto per gli abiti
da sposa, fino al XIX secolo,
soprattutto tra i contadini
che volevano sentirsi, per un giorno,
potenti come i re più potenti.

Sto sulle bandiere della Rivoluzione Francese,
nel mantello di CAPPUCCETTO ROSSO
nella fiaba.

Ho colorato i cioccolatini e cuori.
Ah, e poi, all’inizio ero io che avevo voce
nel gioco degli scacchi.

Sono in pochi a saperlo, ma alla nascita della SCACCHIERA,
In India, tantissimi secoli fa, i pezzi erano rossi e neri.
Mi hanno messo dappertutto,
anche nei funerali, e non mi sono mai tirato indietro.

Mi hanno detto che ero il solo colore autentico.
Bianco e Nero, che stavano
sul podio con me fin dall’inizio,
erano l’uno l’incolore e l’altro lo sporco.

ROSSO si fermò, la superficie del lago
naturalmente rimase immobile,
perché era di ghiaccio.

Eppure lui continuò. «Nello stesso tempo
sono diventato la tinta del
DIAVOLO, dei criminali, il colore
immorale, quello degli eccessi.
Come posso essere tutte queste cose insieme?».

Il tono ora sembrava quasi un pianto.
ROSSO aveva paura. Perché quando non si capisce,
succede così: che arriva la paura
Il lago restò zitto però.

Al suo posto si udì un SUONO DOLCE,
una musica. Allora Rosso si piegò,
a guardarlo da vicino.
Ma non fu il lago che vide.

Invece nello specchio perfetto
distinse se stesso. Solo e arrabbiato.
Ma prestando più attenzione,
ROSSO si accorse che c’era dell’altro.
Con lui, a specchiarsi c’erano le stelle.
Minuscole, infinite, stupende STELLE
che dal cielo lo avevano ascoltato.
E avevano risposto con quella danza.

Una DANZA INCANTATA
che diventava musica e quella musica spandeva intorno
la quiete, anche in chi, come ROSSO, c’era confusione e fatica.

ROSSO chiuse gli occhi e restò ad ascoltare. Ricordò che
in passato gli antichi , soprattutto un filosofo che si chiamava Platone,
dicevano che il cielo era come una grande orchestra e che
suonava la perfezione delle sfere.

Le stelle si muovevano in armonia con tutto il mondo
emettendo una melodia. Il pensiero lo quietò.
Intanto la musica si fece più melodiosa
e ROSSO distinse un suono bellissimo.

Tum, tum, tum.
Portandosi le mani al petto, capì.
Era il BATTITO DEL SUO CUORE.

«Ecco», si disse ROSSO, «è questo che io sono,
proprio questo». TUM, TUM, TUM.

Dimenticò i giudizi, dimenticò l’orgoglio
e anche la paura e seppe che ogni volta
in cui lo avessero messo in confusione su se stesso,
sulla bontà, la cattiveria, la furia o l’amore,
avrebbe chiuso gli occhi e posato i palmi proprio
in quello stesso punto. TUM, TUM, TUM.

Avrebbe ascoltato soltanto la voce del cuore.
Mentre s’incamminava, lasciandosi il bosco e
il LAGO ALLE SPALLE,
ROSSO alzò lo sguardo al cielo
per ringraziare le stelle e sentì dentro di sé
il calore immenso che si prova
quando finalmente si sa chi si è.

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